Abbiamo trovato per caso questo libro (La storia d'Italia - Per via di racconti e biografie, di Corrado Corradino, Torino, F.Casanova, Libraio-Editore, 1903.) abbandonato sugli scaffali di in una bancarella. Affascinati dalla bellezza antica dei testi e dalla  chiarezza dell'esposizione abbiamo deciso di pubblicarne alcuni estratti.  

La Religione

La splendida mitologia che l’immaginazione gioconda dei Greci seppe creare, e con la quale essi cercavano di darsi una spiegazione del mondo, non ha nulla a che fare con la religione degli antichissimi Romani. Anch’essi ammettevano altrettante divinità quanti erano i fenomeni da loro avvertiti, e gli atti della vita; c’era il nume che presiedeva alle messi, quello che vigilava sui frutti, quello che proteggeva le città, o le foreste, o le montagne, quello che assisteva alia nascita del bimbo o gli insegnava a bere o lo accompagnava alia scuola, e via dicendo. Ma i loro Dei, a differenza di quelli greci, non avevano né odii ne amori, non parentele, non avventure. Erano senza storia. Non avevano nemmeno, dapprincipio, una forma loro propria; e per molto tempo i Romani li adorarono sotto la forma d’una pietra, d’una lancia, d’una spada sguainata.

Di tutti i loro numi i Romani non raccontavano dunque nulla; questo solo credevano, che era in loro potestà di far del bene o del male agli uomini.
Perciò li pregavano e li onoravano cercando di acquistarsi il loro favore, e cosi si venne a poco a poco formando il culto, che consisteva nel fare le cose che si supponeva piacessetfo agli Dei. Erano offerte di prodotti della terra, sagrifici di animali, apprestamenti di banchetti, spettacoli in loro onore. E anche si cominciò a costruir loro delle case sontuose, che furono i templi.
Le forme primitive della preghiera, dei sagrifici, delle danze sacre, di tutti insomma gli atti del culto divennero presto regole fisse e inviolabili, e si credette che il mantenimento di queste forme fosse sopra tutto caro agli Dei, i quali non avrebbero tollerato il minimo cambiamento nelle formule, nei gesti, nelle parole. Si formò per tal modo il rito, vale a dire una serie di pratiche tradizionali, nel mantenersi fedeli alle quali i Romani riponevano tutta quanta la religione.
Custodi di questo rigido rituale erano naturalmente i sacerdoti, incaricati di invigilare sul tempio, di compiere le cerimonie del culto, di fissare i giorni delle feste solenni, e d’altre simili cure. Ma i sacerdoti non formavano per nulla una casta a parte; erano persone eminenti che nel tempo stesso esercitavano altre funzioni nello Stato, presiedevano alle assemblee, giudicavano, comandavano gli eserciti. L’interesse loro non era quello di una classe di cittadini, ma quello della repubblica, la religione era una vera religione di Stato.

I Romani credevano che gli Dei conoscessero l’avvenire e che mandassero agli uomini dei segni per mezzo dei quali era possibile indovinarlo. Perciò non facevan nulla d’importante senza aver prima consultato gli Dei, deliberando poi secondo i presagi ottenuti. Questi presagi si cercavano specialmente nelle viscere delle vittime sacrificate, e nel volo degli uccelli; ma ben presto si arrivò a considerare come presagio ogni fenomeno inaspettato, ogni fatto improvviso che nel momento della deliberazione si avverasse. Queste superstizioni erano consacrate dallo Stato medesimo che per mezzo dei sacerdoti chiamati auguri si faceva predir l’avvenire, che custodiva i libri sibillini, raccolta di vecchie profezie, che manteneva a pubbliche spese i polli sacri, i quali, secondo il loro modo di mangiare, davano i presagi.

I maggiori loro Dei furono da prima Giano bifronte, il nume che apre e chiude, vale a dire che segna il principio e la fine; Giove, la luce, il conservatore d’ogni cosa; Saturno, protettore dei germi consegnati alia terra, Minerva, dotta nell’ammaestrare i lavoratori intorno all’opera dei campi; Marte , simbolo della giovinezza e della forza virile; Vesta e Vulcano , dea e dio del fuoco, centro quella della vita pubblica e del focolare domestico, simbolo questo del fuoco che distrugge, del fuoco che Doma i metalli; Giunone, forma femminile di Giove, dea del giorno, protettrice delle matrone fedeli, Diana, dea della notte; la Fortuna, padrona della sorte, dispensatrice di ricchezza e di forza. Si aggiunga una moltitudine infinita di Dei minori, sotterranei, marini, dei boschi, delle fonti, dei giardini, degli orti, ecc., e di altri che, come si à detto, presiedono a ciascun atto della vita.

C’erano poi gli Dei proprii di ciascuna famiglia patrizia, cioè di ciascuna gens, c’erano gli Dei umili e modesti di ogni casa, i Penati ed i Lari, protettori del domestico focolare; c’era la folla innumerevoli dei Genii.
II culto, come già si disse, era affidato a sacerdoti fra i quali ecco quali erano i principali: i tre Flamini ossia accenditori degli altari di Giove, di Marte e di Quirino (un dio massimo che poi col tempo diventò semidio); gli augum interpreti dei presagi, le Vestali custodi del fuoco sacro che bisognava non lasciar spegnere mai; i Sailii o saltatori, a cui erano affidati gli ancilia (scudi sacri) e che ogni anno nel mese di marzo danzavano la danza sacra delle armi; i fratelli Arvali , sacerdoti d’una Dea tellurica, Dea-Dia ; i pontefici (quattro in origine) vigilanti, sotto la presidenza del pontefice massimo, al mantenimento delle leggi e istituzioni religiose.

Culto dei morti.

I Romani credevano che quando i riti funebri fossero stati debitamente compiti, il morto cominciava una seconda vita su questa terra, rimanendo presso ai suoi cari, nella casa dove aveva vissuto. Ombra senza giocondità, ma tranquilla, si costituiva angelo custode dei suoi, liberale di protezione e di savii consigli.

Le anime dei buoni, cosi purificate dalle funebri cerimonie, divenivano i Mani; e i parenti li onoravano pertanto con ornar di ghirlande la tomba, con portarvi stiacciate di farina e di miele, con libazioni di latte e di vino.
Le anime dei cattivi erano le Larve; spettri notturni, esse recavano ai vivi le visioni paurose, i funebri sogni.
Bisognava scongiurar la loro collera gittandosi alle spalle delle fave nere o battendo forte su un vaso di rame.

Costumi privati

Virtus et pietas, il coraggio cioè, la forza, e il rispetto verso gli Dei e verso le leggi sono le due virtù che compendiano pei Romani tutte le altre. Rude al lavoro, il popolo romano non conosce l’ozio; il padrone lavora coi servi, la padrona fila con le donne di casa.
Il lusso à ignoto; apprezzatissima invece l’economia che confina assai da presso con l’avarizia e trattiene i Romani non solo dalle spese superflue, ma anche da qualsiasi prestito di favore. Non si presta che per averne guadagno; onde l’abitudine brutta dell’usura, a tutti i ricchi comune, usura sancita dalle leggi che abbandonavano al creditore la libertà e persino la vita del debitore insolvibile. Il Romano antico non si mostra liberale che verso l’ospite, chiunque egli sia, perché l’ospitalità un dovere religioso. E un solo giorno dell’anno, il 1° di gennaio, usava un cortese ricambio di augurii e di doni che si chiamavano strenae.

La famiglia

La famiglia romana offre I’aspetto di una piccola comunità religiosa. Nascosto nella parte più intima della casa è il santuario dei penati a cui nessuno che non sia della famiglia si può avvicinare.
Il matrimonio, fondamento della famiglia, si compie con una cerimonia religiosa. Alla sposa, consegnata dal padre suo alio sposo e poi condotta da un corteo dinanzi al focolare di quest’ultimo, vien presentata l’acqua ed il fuoco; indi, alia presenza degli Dei della famiglia, i due sposi si dividono una focaccia di fior di farina : si chiama  questo matrimonio conffareatio, come a dire unione contratta per mezzo della focaccia (far). Il matrimonio ha l’unico scopo di perpetuar la famiglia; onde la facilità del divorzio quando quello riesce sterile, e l’uso di adottare figli altrui quando non se ne possono avere di proprii.

Il paterfamilias

Il padre di famiglia e il re, il padrone assoluto della sua casa. Quanto la donna ha portato in dote, quanto i figli guadagnano è suo. Può ripudiare la moglie e rinnegare i figliuoli. Ha su di loro, e naturalmente anche su tutti i servi, il diritto di vita e di morte. E ad un tempo il sacerdote e il giudice della casa.

La donna

Essa non è libera mai; fanciulla appartiene al padre, moglie al marito, vedova al più prossimo dei parenti maschi. Non è tuttavia trattata come schiava, ma è anzi eguale in dignità al marito. La matrona distribuisce il lavoro alle schiave, dirige la casa, invigila sui figli. Seduta nell’atrium essa fila o tesse e riceve le visite, giacché non è tenuta lontana dagli uomini come la donna greca, ma può anche comparire nei pubblici ritrovi. Il miglior elogio però che essa potrà meritare sarà quello di aver sulla tomba quest’iscrizione: domi mansit lanam ftlavit.

I figli

Solo quando il padre aveva raccolto di terra il bimbo appena nato, questo era riconosciuto come figlio; ché del resto il padre aveva il diritto di rinnegarlo facendolo esporre sulla pubblica via. Educato in casa sotto la sorveglianza materna, apprende a leggere, a scrivere e a far di conto; i Romani non domandano nulla di più. Poi andrà nei campi a lavorare col padre e si eserciterà nei maneggio delle armi. Gli si insegna sopratutto a essere sobrio, obbediente, modesto e di poche parole. Le figliuole rimangono in casa fino all’ora del loro matrimonio e con la madre attendono a tessere e a filare. D’istruzione per esse non si parla.

Costumi pubblici

Educato all’obbedienza ed al cieco rispetto dell’autorità paterna, il cittadino romano portava dalla famiglia nello Stato queste sue qualità. Alle istituzioni, alia religione, alle antiche usanze dello Stato egli à costantemente fedele. Servire lo Stato, ecco il sommo suo dovere non solo, ma la somma sua gloria. Suprema legge sarà sempre per lui la salute della cosa pubblica.
E siccome la religione era la prima tutrice degli interessi dello Stato, non v’era atto della vita privata o pubblica che da essa non s’inaugurasse. I giuochi, le corse, le feste si fanno in onore degli Dei; contratti, processi, elezioni, deliberazioni di qualsiasi genere in tanto son valide in quanto gli Dei sono stati chiamati in testimonio; il giuramento e sacro e inviolabile, purché fatto con le precise formole sancite dall’uso e dalla legge; se una parola si muta o si omette, se una cerimonia e negletta, il suo valore e nullo. L’agricoltura e la principale occupazione di quei Romani. Ma il piccolo proprietario ha fatica a sostentarsi coi meschini redditi delle proprie terre. Allora ricorre al ricco patrizio che gli presta ad usura; e se alia scadenza non potrà pagare, la legge consente che egli sia chiuso nell’ergastolo, incatenato, venduto al pubblico mercato, squartato dai creditori che hanno il diritto di portarsene i pezzi del corpo.

Lettere e arti

Di scienze, di lettere e di arti in questo antichissimo periodo di tempo non è il caso di parlare. La lingua povera, la severa indole dei Romani poco proclivi ai diletti deH’immaginazione, la religione scarsa di. elementi mitologici mal si prestavano a quella creazione di fantasiose poetiche leggende che infiorano la culla di altri popoli. Avevano si canti in onore degli Dei e degli eroi, e invocazioni e preghiere, come i Carmina saliaria oramai inintelligibili, e il carne dei Fratelli Arvali ; ma eran canti rudi, senza colore di poesia. Avevano sì canti trionfali con cui si salutavano i generali vincitori, i versi lascivi e mordaci detti Fescennini che si cantavano nei giorni di vendemmia in onore di Bacco; la satura , rudimento primitivo del genere drammatico; i versi saturnii in cui l’elemento ritmico accenna a un tentativo d’arte; ma tutti questi documenti e le molteplici iscrizioni trovate, se hanno grandissimo valore per la storia della lingua latina, poco o nessuno ne hanno per ciò che riguarda la letteratura.

– Tratto da: La storia d’Italia – Per via di racconti e biografie. Corrado Corradino, Torino, F.Casanova, Libraio-Editore, 1903.

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Corrado Corradino, Torino, Libraio-Editore, 1903.

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