Università degli studi di Roma “Tor Vergata”
Facoltà di Lettere e Filosofia

Annali del Dipartimento di Storia
1/2005

De Martino: Occidente e alterità

a cura di
Marcello Massenzio e Andrea Alessandri

Biblink editori

Palladio e la villa di Passolombardo: note e suggestioni da una ricerca in corso

Situata ai confini del comune di Roma – all’interno dei seicento ettari del Comprensorio dell’Università di Roma “Tor Vergata” – la villa romana in località Passolombardo è parsa, circa dieci anni fa, un contesto particolarmente interessante da sottoporre ad indagini archeologiche sistematiche.
La decisione di dare l’avvio a tale progetto è stata in verità combattuta. Risultò infatti piuttosto scoraggiante il pessimo stato di conservazione del contesto: una situazione disagevole determinata non solo dai pochi centimetri di interro delle strutture che erano state danneggiate dalle arature, ma soprattutto dal fatto che in questa – come nelle aree circostanti – l’assegnazione di terre ai reduci della Prima guerra mondiale aveva incentivato l’impianto di vigneti che, con gli scassi per l’alloggiamento delle piante, avevano compromesso pesantemente, a volte irrimediabilmente, le stratigrafie antiche.

Giocò invece a favore del progetto il fatto che già una prima analisi delle strutture emergenti (portate alla luce da sondaggi preliminari condotti dalla Soprintendenza archeologica di Roma nel 19821) rese evidente che la villa aveva subito numerose trasformazioni, e per un arco di tempo particolarmente lungo: dall’età repubblicana a quella tardo-antica. A questo si aggiunga che l’ultima fase di vita non sembrava indicare occasionali ed episodici riusi, quanto piuttosto una complessiva e massiccia ristrutturazione del complesso. Un dato, questo, particolarmente interessante. Se infatti si conosce abbastanza bene l’organizzazione delle ville nel periodo compreso fra il II secolo a.C. e il II d.C., poche sono le testimonianze archeologiche e molti gli interrogativi aperti sui complessi attivi dopo quel periodo. Si profilò dunque un’occasione interessante, che spinse a superare lo scoglio rappresentato dal pessimo stato di conservazione del contesto. Nel 1994 è stato così avviato uno scavo didattico2 , un cantiere-scuola che si è protratto fino ad oggi con sette campagne di circa un mese ciascuna; un lavoro impegnativo il cui bilancio, a circa dieci anni dall’inizio della ricerca, può comunque considerarsi positivo. I dati raccolti sono numerosi e il contesto, pur con la sua scarsa leggibilità, ha costituito un buona palestra per gli studenti della cattedra di Metodologia della ricerca archeologica che si sono avvicendati sullo scavo3.

In attesa della pubblicazione, che sarà apprestata al termine delle indagini stratigrafiche, si è deciso di anticipare i primi risultati della ricerca in due sedi differenti. Una mostra didattica realizzata dal Centro per lo studio delle trasformazioni del territorio 4 e questa nota, con la quale si intende spiegare l’interpretazione di un ritrovamento interessante, che richiederà comunque ulteriori approfondimenti, verifiche, confronti. Si tratta di un corpo di fabbrica aggiunto al complesso edilizio verosimilmente nella prima metà del V secolo d.C. Trattandosi della costruzione più tarda tra quelle attestate a Passolombardo, è utile, prima di illustrarne le caratteristiche, fornire qualche dato sulle precedenti fasi di vita della villa. Certamente il primo impianto (collocabile orientativamente tra la fine del II e gli inizi del I secolo a.C.) corrisponde ad una villa del tipo descritto da Catone. Racchiusa in un muro di cinta in opera quadrata, era suddivisa in pars urbana e pars rustica. Una serie di modifiche vennero apportate fra la tarda età augustea e il II secolo d.C. La parte urbana (in particolare l’atrio e alcuni ambienti padronali) fu, in momenti diversi, ristrutturata e ampliata, mentre alcuni ambienti furono ripavimentati in marmo (a lastre e a tarsie); nella parte produttiva – dove nel I secolo d.C. 5 erano presenti un torchio per l’olio e uno per il vino – fu aggiunta una seconda mola olearia. Si tratta di trasformazioni che confermano la tendenza, già ben documentata archeologicamente, verso la progressiva importanza assunta, nel corso della prima età imperiale, dalla parte padronale rispetto a quella rustica6.

Allo stadio attuale dell’indagine è più difficile valutare il carattere della frequentazione (comunque attestata a Passolombardo) fra il III e il IV secolo: una fase importante e controversa (alla quale si associa generalmente l’abbandono di tante ville), che è necessario ancora approfondire e sulla quale speriamo di raccogliere ulteriori informazioni. In particolar modo a Passolombardo, quello spazio di tempo costituisce un delicato ‘periodo di cerniera’ tra la villa dell’età di Columella e il differente carattere che il complesso assunse in età tardoantica. Alla comprensione di quest’ultimo periodo 1 edificio descritto in questa nota rappresenta una chiave di ingresso importante. Infatti, nonostante il suo stato di conservazione sia stato pesantemente compromesso (fig. 3), l’edificio restituisce comunque informazioni preziose. La sua costruzione si può datare in un arco di tempo compreso tra la fine del IV e la prima metà del V secolo; il suo utilizzo è documentato almeno per tutto il VI secolo7 . Si tratta di un corpo di fabbrica di grandi dimensioni (lungo circa cinquanta metri per circa diciassette di larghezza) situato sul lato nord della villa. Un edificio imponente, diviso in tre navate, con l’ingresso tripartito su uno dei lati brevi; vi fa riscontro, sul lato opposto, uno spazio rialzato, accessibile per mezzo di quattro gradini e terminante con un abside. L impianto pianimetrico richiama palesemente quello di una basilica, anche se il contesto nel quale si trova inserito ha subito destato ovvie perplessità, amplificate dal rinvenimento, all’interno, di numerosi dolia (interrati, come d’abitudine, per conservare derrate alimentari).

Molte sono state le ipotesi immediatamente avanzate. La più semplice sembrava quella di un cambio di destinazione d’uso dell’edificio (da basilica a deposito alimentare); ipotesi rapidamente abbandonata dal momento che i dati stratigrafici indicavano un’assoluta contemporaneità tra la costruzione e l’utilizzo come magazzino. Accettando pure l’anomalia di una tale forma architettonica per un deposito ulteriori incertezze nascevano dal fatto che, sempre contestualmente alla costruzione dell’edificio, gli impianti produttivi (per l’olio e per il vino) della villa8 erano stati abbandonati. Incertezze e dubbi sull’interpretazione del ritrovamento hanno però trovato una risposta convincente nell’ Opus agriculturae. Infatti, nel primo libro del suo ‘manuale’, anch’esso datato al V secolo9 , in un capitolo dedicato alla cella vinaria , Palladio scrive:

Cellam vinariam septentrioni habere debemus oppositam, frigidam vel obscurae proximam, longe a balneis, stabulis,fumo, sterculinis, cisternis, aquis et ceteris odoris orrendi, ita instructam necessaria, ut non vinca- tur afructu, sic autem dispositam , ut basilicae ipsius forma calcatorium loco habeat altiore constructum, ad quod, inter duos lacus qui ad excipienda vina hinc inde depressi sint, gradibus tribus fere ascendatur aut quattuor; ex his lacubus canales structi vel tubi fictiles circa extremos parietes currant et subiectis lateri suo doliis per vicinos meatus manan- tia vina defundant 10.

L’edificio di Passolombardo sembra configurarsi come una trasposizione fedele delle raccomandazioni di Palladio che, per altro, manifestano un’assoluta originalità. Al di là delle raccomandazioni iniziali sulla sua localizzazione, riprese da Columella (1,6, 11), la cella vinaria descritta in quel passo non trova infatti riscontro nei precedenti trattati di agronomia – come è stato da molti studiosi rimarcato – e lascia intravedere un’organizzazione profondamente mutata sia della produzione che dell’immagazzinamento del prodotto.
Proviamo ad osservare un po’ più da vicino il rapporto fra la cella vinaria di Palladio e l’edificio di Passolombardo (fig. 4). Per Palladio il calcatorium, l’area di spremitura, doveva essere posta tra due lacus in un’area rialzata. Nel nostro caso si tratterebbe dello spazio di fondo dell’edificio, rialzato e raggiungibile per mezzo di quattro scalini ‘canonici’ (fig. 4.1). Il calcatorium , in particolare, poteva essere situato all’interno dell’abside (fig. 4.2), mentre nello spazio rettangolare, ad esso antistante, potevano trovar posto i due lacus (fig. 4.3), giusto ai due lati dell’area di spremitura e ad una quota pavimentale leggermente più bassa che facilitava lo scorrimento del liquido. Purtroppo i solai di questa parte rialzata dell’edificio sono andati perduti con la costruzione di un piccolo annesso agricolo 11 , demolito nel 1982 in occasione degli scavi condotti dalla Soprintendenza.
Nel suo testo Palladio passa poi ad illustrare un nuovo e particolare sistema di distribuzione. Dai lacus il vino doveva passare, dopo la prima fermentazione, nei «canali in muratura» che, disposti «da un capo all’altro delle pareti» laterali, lo distribuivano «automaticamente» nei doli. Le spallette – che a Passolombardo sono addossate ai lati lunghi dell’edificio (figg. 4.4, 5), immediatamente al di sopra dei dolia – sono facilmente identificabili con il fondo del canale di distribuzione di cui parla Palladio. Il rifornimento dei contenitori interrati, soprattutto quelli disposti sulla seconda fila, poteva avvenire utilizzando piccoli tubuli di terracotta, inseriti gli uni negli altri, che svolgevano una funzione analoga a quella dei nostri tubi di gomma12 : è in questo senso che si può probabilmente interpretare quella ramificazione (per vicinos meatus) dalla canaletta ai doli che Palladio descrive.

Il lato sud dell’edificio, nei tratti finora messi in luce13, mostra chiaramente che i doli – dei quali sono visibili le fosse di alloggiamento e alcuni frammenti sulle pareti – occupavano tutto lo spazio della navata laterale (fig. 4.5). Una prima fila era infatti collocata immediatamente a ridosso del canale di distribuzione; una seconda fila, affiancata alla precedente, arrivava a raggiungere i pilastri che segnavano il limite tra la navata laterale e lo spazio mediano 14 . Quest’ultimo, a Passolombardo, non era predisposto per dei recipienti interrati (coerentemente con quanto Palladio lascia capire): a differenza dalle navate laterali, il pavimento era infatti costituito da un compatto battuto di malta.

L’edificio di Passolombardo sembra dunque configurarsi come un’imponente cella vinaria di oltre 800 metri quadrati di superficie, destinata ad ospitare – e per la prima volta in uno stesso spazio – tutto il ciclo di trasformazione dell’uva fino all’immagazzinamento del vino. Si tratta di dimensioni indubbiamente inusuali, funzionali ad una quantità di prodotto assai più rilevante rispetto a quella calcolata per contesti archeologici anteriori a questo periodo15 . I dati già disponibili consentono una prima stima sommaria. Considerando che i doli (disposti su due file nelle due navate laterali) erano in totale 108 e che ognuno di essi poteva contenere circa 2000 litri (la dimensione dei doli rinvenuti sembra costante), si raggiunge una quantità di circa 216.000 litri di vino16 . Una quantità considerevole dunque e per di più valutabile come ‘quantità minima’, destinata ad aumentare in misura ragguardevole; va infatti considerato che nello stesso ambiente potevano essere stipate anche botti, o contenitori mobili in terracotta, come la seconda parte del passo che Palladio dedica alla cella vinaria indica esplicitamente:

Si copia maior est, medium spatium cupis deputabitur, quas, ne ambulala prohibeant, asellis altioribus inpositas vel supra dolia possumus conlocare, spatio inter se largiore distantes ut, si res exigat, curantis transitus possit amitti. Quod si cupis locum suum deputabimus, is locus ad calcatorii similitudinem podiis brevibus et testaceo pavimento solide- tur, ut, etiamsi ignorata se cupa diffuderit, lacu subdito excipiantur non peritura vina quae fluxerinfi 17

È difficile al momento individuare la localizzazione esatta di questi contenitori mobili; si può tuttavia ipotizzare una loro collocazione nella navata centrale, a ridosso dei pilastri, in modo da non impedire il passaggio né in senso longitudinale, né trasversale. È peraltro interessante notare, anche per questo aspetto, la forte corrispondenza fra la nostra cella vinaria e lo schema ricostruito da René Martin 18 in base all’analisi del testo (fig. 6).

Occorre ora accennare ad un problema piuttosto controverso: il silenzio di Palladio sull’impiego dei torchi. Il testo lascia infatti immaginare che la pigiatura avvenisse esclusivamente con i piedi: parla del calcatorium e tace sui torchi. Un’assenza che è stata stimata tanto sorprendente da essere giudicata una dimenticanza, soprattutto in presenza di un sistema relativamente «moderno» e perfezionato per quanto riguarda la distribuzione del vino nei doli 19 . Ora, a Passolombardo non abbiamo dati certi sul sistema di spremitura. L’abbandono dei torchi precedentemente utilizzati nella villa, associati alla costruzione della nuova cella vinaria infatti, non è indicativo in quanto il sistema descritto da Palladio prevedeva che l’intero processo, dalla spremitura all’immagazzinamento, avvenisse aH’interno di un unico ambiente. Un aiuto non può venire neppure dall’area rialzata e absidata, dal momento che dei solai, purtroppo, non resta traccia. Inoltre i due supporti circolari, rinvenuti nell’area di spremitura, immediatamente al di sotto della quota di arrivo degli scalini, se da un lato si giustificano come sostegni, indispensabili perché il fondo dei due lacus riuscisse a sostenere il peso del liquido per tutto il periodo della fermentazione 20 , dall’altro non permettono certo di escludere che, oltre a svolgere tale funzione, potessero servire come base per due torchi 21 . Lo scavo della parte nord dell’edificio, immediatamente a ridosso dell’area di spremitura, speriamo possa dare qualche ulteriore elemento di valutazione, anche per quanto riguarda i sistemi di filtraggio (dai lacus ai canali di distribuzione) che dovevano certamente essere previsti 22 . Nell’incertezza, tra assenza-presenza di torchi, non va trascurato il fatto che i pochi dati disponibili relativi agli impianti produttivi nel suburbio di Roma attestano vari casi di spremitura senza l’utilizzo di strumenti meccanici, soprattutto nella tarda età imperiale 23 .

È evidente che molti sono ancora i particolari da chiarire, ma sta di fatto che la cronologia, le dimensioni, l’impianto di tipo basilicale dell’edificio, il sistema di distribuzione del vino nei doli sono tutti elementi che inducono a ritenere quella di Passolombardo una cella vinaria del tipo descritto da Palladio. Una identificazione che aprirà ulteriori prospettive e costringerà ad entrare nel merito di questioni che riguardano la fisionomia dell’intero un complesso edilizio in questo periodo, la sua organizzazione, la sua funzione in rapporto ai coevi insediamenti del territorio circostante. Si tratta di questioni spinose sulle quali soprattutto gli storici sono impegnati da tempo a ragionare e alle quali si potrà forse offrire qualche contributo solo al termine della ricerca.

Allo stato attuale dei lavori, e in via del tutto preliminare, è possibile accennare ad alcune indicazioni che le strutture della villa ‘in fase’ con la cella vinaria sembrano suggerire.
L’ultima trasformazione del complesso interessò anche la parte padronale della villa. I pavimenti in mosaico di alcuni ambienti, più prossimi alla cella vinaria , furono infatti rialzati e destinati a funzioni di servizio; altre stanze, a sud dell’atrio – per le indicazioni che si ricavano dai pochi lembi di stratigrafia conservati 24 – sembrano anch’essi aver mutato destinazione. In definitiva, la residenza del dominus, forse anche in parte abbandonata, non rispondeva più di certo, in quest’epoca, alla funzione che siamo soliti riscontrare puntualmente nelle ville fino alla fine del II o agli inizi del III secolo.
Un secondo aspetto che vale la pena sottolineare riguarda la costruzione o, meglio, il riassetto del tracciato di un basolato stradale precedente 25 . Si tratta di un diverticolo della via Labicana 26 che fu riadattato in modo che costeggiasse l’abside e parte del lato sud della cella vinaria fino a raggiungerne quasi l’entrata dopo aver oltrepassato una grande soglia di chiusura che doveva segnare e regolamentare l’accesso all’intero complesso edilizio. Uno slargo, nel tratto terminale del basolato, al di là della soglia, è da mettere forse in relazione alla necessità di far girare, in questa via senza uscita, carri e animali da soma.
Questo basolato, che entra fin nel cuore dell’edificio, è particolarmente interessante se si pensa che da un lato costeggiava e permetteva l’accesso alla cella vinaria, dall’altro lato costeggiava e permetteva l’accesso (sempre al di là della soglia di chiusura) all’impianto termale. I bagni di Passolombardo infatti, già interessati, fra il I e il II-III secolo, da successivi rifacimenti, non solo erano ancora in funzione, ma furono anche, in questo periodo, ulteriormente ampliati (fig. 7).

I dati archeologici in nostro possesso non permettono di spingerci oltre. Saranno da un lato la prosecuzione dello scavo, dall’altro la collaborazione con gli storici a fornire delle risposte alle attuali suggestioni. Ad esempio, se si identifica la nostra cella vinaria con quella che Palladio associa alla villa, occorre ammettere che, a Passolombardo, non riusciamo a ritrovarvi le differenti parti descritte nell’Opus agricolturae , a meno di compiere un notevole salto di scala. La parte padronale, il praetorium, a Passolombardo non c’è, ma sarà forse possibile cercarlo un po’ più lontano, magari in uno dei grandiosi complessi più vicini (come Morena, oppure Settebassi o Centrarli, al di qua della via Latina) presumibilmente ancora in vita in questo periodo e delle cui strutture produttive nulla si conosce.

La stessa cella vinaria di Passolombardo poi, se la si considera una delle strutture di cui la villa di Palladio doveva dotarsi, potrebbe anch’essa essere letta a scala diversa, come una delle molecole che probabilmente costituivano la ‘villa rustica di epoca tarda: frammentata in parti e distribuita in uno spazio più esteso. Le sue caratteristiche sembrano comunque connotarla come una delle strutture «accumulativo-produttive» nelle quali venivano forse incamerati «i canoni dovuti dai fittavoli […] versati principalmente in natura. Singolarmente queste quote- parti ammontavano a entità modeste, ma gli accumuli parcella- ri producevano quantità ingenti di prodotto da avviare verso il mercato»27 . In questo senso il basolato, che si spinge fino nel cuore del complesso tardoantico di Passolombardo, non può che sottolineare un intenso e ben controllato traffico non solo in entrata’, ma anche ‘in uscita’. La breve distanza (circa 750 metri) dalla via Labicana, da percorrere per meno di otto miglia per arrivare a Roma, rendevano agevole il trasporto del prodotto verso i mercati dell’Urbe. E nell’intenso traffico, nell’andirivieni che doveva svolgersi a Passolombardo, l’impianto termale, più che per un gran numero di residenti, sembrerebbe spiegarsi piuttosto con numerose e frequenti soste brevi.

Concludendo queste note28 si apre l’ultima parte della ricerca che sarà dedicata a completare, con lo scavo, soprattutto il quadro della fase tarda del complesso edilizio. Ma se, partendo dalla cella vinaria , vorremo tentare di comprendere meglio la fase tardoantica di Passolombardo, sarà anche indispensabile riesaminare, con uno sguardo più ampio, meno puntiforme, i risultati delle analisi di superficie; occorrerà tentare di leggere ‘sistemi’ anziché fermarsi a registrare frammenti isolati. Di fatto ci stiamo sempre di più persuadendo che le generalizzazioni quantitative di resti puntiformi, di parti scambiate per unità a sé stanti, possono risultare poco significative se non fuorvianti, soprattutto per questa fase tarda della vita del suburbio.

 

– Andreina Ricci, 2005

 

Note

  1. S. Musco, Tor Vergata, Intervento n.13, in “Bullettino della Commissione archeologica comunale”, n. LXXXIX, 1984, pp. 98 sgg.
  2. Dal 1992 la cattedra di Metodologia e tecnica della ricerca archeologica in collaborazione con il Centro interdipartimentale per lo studio delle trasformazioni del territorio (CeSTer) dell’Università di Roma “Tor Vergata conduce ricerche archeologiche di superficie nel Comprensorio universitario. Queste attività si sono inserite in un progetto di più ampio respiro che interessava, già da alcuni anni, il suburbio sud-orientale di Roma. Alla ricerca di superficie si sono affiancati alcuni scavi. Inizialmente alla Villa dei Quintili (La villa dei Quintili, a cura di A. Ricci, Roma, 1998), poi nel Comprensorio dell’Università di Roma “Tor Vergata” alcune necropoli in località diverse (‘Boccone del povero’, Pascolaretto e Carcaricola) e la villa di Passolombardo. Tutte le attività di scavo sono state eseguite in collabo- razione con la Soprintendenza archeologica di Roma; per lo scavo di Passolombardo in particolare desidero rivolgere un sentito ringraziamento a Stefano Musco, che ha generosamente messo a disposizione planimetrie e documentazione delle indagini già svolte dalla Soprintendenza.
  3. Sono passate per il cantiere alcune centinaia di studenti dei corsi di laurea in Lettere e in Scienze dei beni culturali e i partecipanti al Master ‘Beni culturali e territorio’ organizzato dal CeSTer. Tommaso Bertoldi, Francesco Laddaga, Michela Rustici, Serafino Scalzi, Emiliano Tondi hanno lavorato continuativamente a questo progetto e stanno iniziando preparare la pubblicazione dello scavo; a loro desidero rivolgere un particolare affettuoso ringraziamento per il loro impegno generoso e per l’aiuto che mi hanno prestato anche nella stesura di queste note.
  4. La mostra, Fuori dai Fori, ha un carattere didattico, si rivolge principalmente alle scuole e agli abitanti dei quartieri limitrofi ed è allestita nella sede del CeSTer.
  5. La parte produttiva originaria è stata indagata solo in minima parte essendo stata obliterata dall’edificio oggetto di questa comunicazione.
  6. A. Carandini, De villa perfecta, in Settefinestre, a cura di A. Carandini, I*, Modena, 1985, p. 115.
  7. Numerosi i reperti che contribuiscono alla definizione della cronologia sia in giacitura primaria che rinvenuti nelle fosse per le vigne (questi ultimi sono comunque utili a corredare il quadro di questa fase tarda sia per la loro quantità che per la varietà di forme e funzioni attestate).
  8. Forse soltanto un torchio per l’olio poteva essere ancora attivo in questo periodo, ma non possiamo ancora affermarlo con certezza.
  9. La cronologia dell’Opus Agriculturae si tende ormai concordemente a collocare nel V secolo, tra il 460 e il 480: R. Martin, Palladius, Traité d’agriculture, Paris, 1976, p. XVI; D. Vera, I silenzi di Palladio , in “Antiquité tardive”, n. 7, 1999, p. 284.
  10. Palladio, Opus Agriculturae , 1, 18, 1: «La cella vinaria deve essere situata a settentrione, fresca e anche piuttosto oscura, lontano dai bagni, dalle stalle, dal forno, dalle concimaie, dalle cisterne, dalle acque, da tutto ciò che maleodora e corredata del necessario così da non risultare troppo piccola rispetto al prodotto; deve essere inoltre costruita in modo tale che la forma di vera e propria basilica abbia il locale per la pigiatura collocato in una zona più elevata – al quale si possa accedere per mezzo di tre o quattro gradini al massimo – posto in mezzo a due vasche disposte ai due lati e ad un livello più basso per poter raccogliere il vino; da queste vasche corrano canali in muratura, oppure tubi in argilla, da un capo all’altro delle pareti e distribuiscano, nei doli sottostanti a ciascun lato, attraverso vicine canalette, il vino che scorre» (traduzione di P. Marpicati).
  11. Non ho dati precisi a disposizione ma la costruzione può forse datarsi fra il 1920 e gli anni dell’immediato secondo dopoguerra.
  12. La mancanza di fori per fistule di comunicazione tra i dolia fa propendere per questa soluzione.
  13. L’ambiente è stato scavato soltanto in parte e a più riprese. Il lato sud dell’edificio è stato in gran parte portato alla luce dalla Soprintendenza (fig. 3). In questi anni il nostro lavoro si è limitato principalmente allo scavo delle fosse per l’impianto delle vigne, alla documentazione delle strutture e ad un saggio stratigrafico nella parte centrale dell’edificio dove sono emersi resti precedenti alla cella tardoantica: un muro in opera quadrata e alcune strutture in opera reticolata che delimitano imo spazio dove erano localizzati alcuni dolia. Si tratta probabilmente della cella della fase originaria della villa, sostituita poi da quella tardoantica, che rispettava anch’essa la posizione canonica a nord del complesso.
  14. Un piccolo sondaggio, effettuato nell’ultima settimana di scavo dello scorso anno, ha permesso di verificare che la navata nord era organizzata allo stesso modo dell’altra.
  15. Si tratta di una quantità ragguardevole paragonata almeno a quella che i rinvenimenti noti hanno permesso di calcolare: A. Carandini, L’interpretazione della villa, in Settefinestre, I**, cit., p. 167.
  16. È abitudine, in un caso come questo, calcolare l’estensione del vigneto in base ai doli rinvenuti. Un calcolo relativamente semplice (Settefinestre , I*, cit., pp. 167 sgg.): se infatti si dividono i 412,50 cullei di Passolombardo per la produttività media antica (1,75 cullei) per iugero si ottiene una superficie di vigna di circa 235 iugeri. Tuttavia si tratta di un calcolo puramente qualitativo, di riferimento, dal momento che assai numerose sono le variabili in campo che porterebbero ad aumentare o diminuire tale estensione: 1) non è certo che i dolia venissero riempiti tutti ogni volta, alcuni di essi potevano essere utilizzati per lo stoccaggio e Palladio stesso lascia intravedere la necessità che la cella dovesse essere più ampia rispetto alla produttività del vigneto; 2) Palladio fa chiaro riferimento alle botti, che, nel nostro caso potevano probabilmente essere collocate nella navata centrale, a ridosso dei pilastri, se non verrà individuato, nel prosieguo degli scavi, uno spazio dedicato; 3) la cella poteva essere sfruttata intensivamente per più cicli produttivi in una stessa vendemmia, vendendo il vino «più ordinario» appena limpido (A. Carandini, Schiavi in Italia, Roma, 1988, p. 174) e sostituendolo nei dolia con quello di una nuova spremitura. Occorre considerare inoltre che l’uva che confluiva nella cella vinaria poteva corrispondere, in misura probabilmente rilevante, alle quote-parti di affittuari; un dato che porterebbe ad aumentare le dimensioni dell’area coltivata a vigna se a Passolombardo si lavoravano soltanto tali quote-parti, ma che invece non inciderebbe se, come per altro si tende a ritenere, gli affittuari si servivano di strutture centralizzate, come probabilmente la nostra, non soltanto per avviare i loro prodotti al mercato (D. Vera, I silenzi di Palladio, in “Antiquité tardive”, n. 7, 1999, pp. 295 sgg.; Id., Dalla ‘villa perfecta’ alla villa di Palladio, in “Athenaeum”, v. 83, n. 1,1995, pp. 331-356, specialmente p. 348).
  17. Palladio, Opus Agriculturae , I, 18, 2: «Se è necessario stivare una maggiore quantità [di prodotto], lo spazio centrale sarà destinato alle botti, da collocare – in modo da non intralciare il transito – su cavalletti abbastanza alti o anche su doli e ad una distanza tale gli uni dagli altri che, se necessario, sia possibile il passaggio degli addetti. Se destineremo alle botti un apposito spazio, esso sia reso solido, come l’area della pigiatura, da un pavimento di mattoni dai bordi rialzati affinché – nel caso in cui non ci si accorga che una botte perde – il vino fuoriuscito si raccolga nella vasca sottostante senza andare perduto».
  18. R. Martin, Palladius, cit., p. 127
  19. Ivi, pp. 126-127.
  20. La loro forma è anche funzionale a lasciare libera il più possibile l’area sottostante ai lacus così da permetterne la pulizia.
  21. In questa seconda ipotesi potrebbe presumibilmente trattarsi di torchi a vite o di torchi mobili.
  22. R. Martin, Palladius , cit, pp. 126-127. 2^
  23. R. Rea, Note sugli impianti di produzione vinicolo-olearia nel suburbio di Roma: Settore est e Note conclusive, in Misurare la terra, Modena, 1985, pp. 119-121 e pp. 129-131 (in particolare: Cinecittà, Villa rustica n. 5). G.R. Bellini, Gli impianti dei settori nord, ovest, sud, in Misurare la terra, cit., pp. 122-129.
  24. Va rilevato che la parte padronale della villa, trovandosi nella parte più alta del colle, è quella più compromessa dai livellamenti del terreno operati agli inizi del secolo scorso: delle strutture edilizie restano spesso soltanto le tracce al di sotto della risega di fondazione.
  25. I basoli sono quasi tutti di reimpiego come attestano i segni delle carreggiate che vengono ora a trovarsi in tutte le direzioni.
  26. L. Quilici, Collatia, Roma, 1974, p. 855, n. 775.
  27. D. Vera, Dalla ‘villa perfecta’alla villa di Palladio, cit., p. 348 e nota 205.
  28. Desidero rivolgere un ringraziamento veramente sentito a Luigi Capogrossi Colognesi e ad Elio Lo Cascio per l’aiuto che mi hanno dato discutendo con me questi primi dati e suggerendomi indicazioni preziose.

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