Abbiamo trovato per caso questo libro (La storia d'Italia - Per via di racconti e biografie, di Corrado Corradino, Torino, F.Casanova, Libraio-Editore, 1903.) abbandonato sugli scaffali di in una bancarella. Affascinati dalla bellezza antica dei testi e dalla  chiarezza dell'esposizione abbiamo deciso di pubblicarne alcuni estratti.  

Uno dei successori di Enea, Numitore, fu spogliato del trono dal proprio fratello Amulio che per meglio assicurarsi nel regno fece morire il flglio di Numitore, relegò costui in un paese lontano e costrinse la figlia di lui Rea Silvia a chiudersi nel sacro collegio delle Vestali, a cui erano vietate le nozze.

Ma nulla valsero all’usurpatore questi provvedimenti consigliati dalla perfidia; lo stesso Dio Marte scese in terra e si unì segretamente colla fanciulla, la quale diede poi alia luce due gemelli, Romolo e Remo.
Amulio, venuto a cognizione del fatto, ordinò che la Vestale che aveva infranto il suo voto di castità venisse punita secondo la barbara legge di allora; e l’infelice Silvia venne perciò seppellita viva. I due gemelli, sempre per ordine del re, furono condannati a perire affogati nel Tevere; posti pertanto dentro una cuna di vimini i due innocenti vennero abbandonati alia corrente.
Ma il Tevere, straripando, aveva in quei giorni inondata la campagna; cosicché al ritirarsi delle acque dentro il loro letto, la cuna rimase in secco ai piedi di un fico selvatico. Quivi una lupa diede il suo latte ai bambini derelitti; e anche gli uccelli del cielo scendevano pietosi a nutrirli. Della qual cosa accortosi un pastore, Fauslolo, mosso a compassione di quei poveretti, portò la cuna nella sua capanna e prese ad allevarli come suoi figliuoli.
Per molti anni ignorarono i due gemelli il mistero della loro nascita; e fra tanto in mezzo ai pastori crescevano baldi, vigorosi e impazienti di quella vita tranquilla; rivelavano animo impetuoso, cupido di dominare, insofferente d’ogni giogo. E però quando, per una serie di strani casi, vennero finalmente a conoscere l’origine loro e i loro diritti e le iniquità dello zio Amulio, rovesciarono dal trono questo tiranno e restituirono il regno al loro avo Numitore.
Ma anch’essi volevano regnare; e avuta licenza da Numitore di fondare una città nel luogo ove erano stati esposti bambini, Romolo, scelse un sito adattissimo sul monte Palatino, dopo avere all’uopo consultato il volo degli uccelli; così consigliava la scienza degli auguri, che era in gran vigore allora in Italia, e specialmente fra gli Etruschi.

Viene il giorno solenne della fondazione. Romolo offre un sacrificio agli Dei; si accende un fuoco e tutti saltano a traverso delle fiamme per purificarsi, indi si scava una fossa e ciascuno vi getta dentro una zolla di terra, seco portata dalla città di Alba. Cosi non si abbandonava la terra degli avi. Indi, vestito degli abiti sacerdotali, col capo coperto di un velo, Romolo afferra con le sue mani stesse il manico dell’aratro e traccia il solco che deve segnare la cerchia delle mura della nuova città. Qui Remo, il quale già era venuto a contesa col fratello per la scelta del luogo e pel nome da darsi alla città, compié un atto che era tenuto per gran sacrilegio; saltò cioè per dileggio il breve solco, onde Romolo acceso d’ira gli si avventò contro e l’uccise.

Rimasto solo il giovane Romolo diede alla città da lui fondata il nome di Roma (1) e si accinse a ordinare il nuovo governo e a disciplinare quegli uomini irrequieti che avevano seguito la sua fortuna; tanto più che per accrescere la popolazione egli aveva aperto in Roma un asilo a quanti avessero voluto accorrervi. Uomini di ogni qualità, anche vagabondi e ladroni, avevano risposto all’appello; cosicché le tribù vicine si rifiutavano a contrar parentadi con gente siffatta, e il nascente popolo romano correva rischio di spegnersi anzi tempo, per mancanza di donne che dessero prole a questi futuri signori del mondo.

Provvide Romolo con un inganno a questo pericolo. Invitò le tribù vicine a una festa solenne, e nel mentre più fervevano i giuochi, egli ed i suoi, ad un segnale convenuto, si gittarono sopra le donne, le rapirono e le costrinsero a unirsi in matrimonio con loro.
Una tale prepotenza non poteva non accendere gli offesi del desiderio di vendetta: ed infatti una guerra accanita scoppio tra essi e i Romani. Questi vinsero facilmente in parecchi scontri i nemici che non avevano saputo rendersi forti con la concordia; ma più arduo a rintuzzare fu l’impeto dei Sabini, gagliarda tribù stabilita a nord-est di Roma, i quali anch’essi venivano con l’armi in pugno a chieder ragione dell’offesa.

E già, per il tradimento di una fanciulla, Tarpea (che per cupidigia di oro avea lor mostrata una via segreta), i Sabini avevano occupato la rocca eretta sul monte Capitolino e già, scesi al piano, ferocemente combattevano coi Romani, quando le donne sabine che con eguale angoscia vedevano pugnare da una parte i padri e i fratelli e dall’altra i mariti, si gittarono fra di loro e piangendo e pregando pietà pei teneri bambini che levavano alto con le braccia, ottennero che la battaglia cessasse.

I nemici anzi si riconciliarono, e in gran numero vennero i Sabini a stabilirsi sul Capitolino; si deliberò che i due popoli ne formassero uno solo col nome di Quiriti, e che insieme e con pari autorità regnassero in Roma i due re, Romolo e Tito Tazio.
Alla rocca dove era stato compiuto il tradimento rimase il nome, oramai infame, di Tarpea, e da quell’altezza si precipitarono d’allora in poi i traditori.

Poco dopo Tito Tazio mori. Romolo seguitò a regnar solo alcuni anni, guerreggiando e dando opera a ordinare il nuovo stato, nel quale egli aveva già diviso il popolo in patrizi (tra i quali si eleggevano i sacerdoti e il Senato, autorevole consiglio composto di cento fra i piii ragguardevoli e vecchi cittadini) e in plebei.
Un giorno, mentre il re passava l’esercito in rassegna, scoppiò improvviso un violento uragano. Quando l’aria si fu rischiarata, si cercò Romolo da ogni parte, ma invano; era scomparso. I Senatori per odio l’avevano ucciso; ma subito fecero correr la voce che il dio Marte, suo padre, l’aveva seco assunto nel cielo dove era stato visto salire sopra un carro tra i lampi e i tuoni.
Romolo ebbe allora il suo posto fra gli Dei, e fu adorato col nome di Quirino.
I Romani scelsero poi il giorno 21 aprile, in cui ricorreva la festa di Pale, dea della pastorizia, per celebrare il dio della fondazione di Roma, che gli storici fissano all’anno 753 prima di Cristo.

(1) Avvertano i giovani che il nome Roma significa, secondo ogni probabilità, la città del fiume. Da questo nome derivò poi il nome del fondatore, Romolo. Remo non è altro che la forma greca del nome stesso.

– Tratto da: La storia d’Italia – Per via di racconti e biografie. Corrado Corradino, Torino, F.Casanova, Libraio-Editore, 1903.

Leggi anche: Numa Pompilio

La storia d'Italia

Tempi romani

Corrado Corradino, Torino, Libraio-Editore, 1903.

Età regia

Sfoglia il libro online

Contenuto non disponibile.
Permetti l'uso dei cookies cliccando sul banner più in basso

Share This

Il sito del Museo APR utilizza i cookie.
Perché? In breve, per 3 motivi:
1. Migliorare l'esperienza di navigazione;
2. Permettere la condivisione e i like sui social media;
3. Capire come gli utenti navigano il sito in modo poi, da migliorarlo.

Se sei d'accordo clicca su "Ok, acconsento". Grazie.
Per saperne di più

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close